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“ALFREDINO”, una storia italiana. Lo ricordate?

Andrà in onda su Sky il 21 e il 28 giugno la storia, terribile, di Alfredino Rampi, il bimbo caduto dentro un pozzo artesiano il 10 giugno del 1981.

18 ore di diretta, le ultime, in cui tutti i tentativi per salvare Alfredino andarono in fumo.

Sky manderà in onda il film suddiviso in due puntate e io, ho deciso di guardarlo nonostante si apra in me una dolorosa voragine. Oltre alla tragica scomparsa del bambino “di tutti”, ricordo da cosa dicevano i telegiornali che tutta Italia stava seguendo gli avvenimenti, quella fu l’ultima estate trascorsa con mia madre. Ricordo che stava davanti alla TV, in preda a un pianto insistente, intervallato dal vorticare del fumo delle sigarette accese e spente come a voler alleviare il dolore del momento. Io seguivo in silenzio, sentendo il guizzo della speranza disperdersi poco a poco. Ricordo il fango, l’idea che fosse tutto troppo scivoloso per far sì che le operazioni di soccorso fossero adeguate, e non dimenticherò mai le parole e la voce del nostro ex presidente Sandro Pertini.

Per non dimenticare🙏🖤

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“E’ solo la fine del mondo”- lo racconto così…🧡🧡🧡

Che dire di questo film che mi ha intrappolata nella sua ragnatela. Un dramma famigliare, se vogliamo tutto urlato e tutto trattenuto a stento, nel quale i personaggi parlano e parlano senza dire veramente quello che vorrebbero dire. Il film franco canadese è tratto da una pièce de théatre di Jean-Luc Lagarce, scarsamente conosciuta in Italia, così come lo è il suo autore morto di AIDS nel 1995 a soli 38 anni. Il componimento fu scritto negli anni ’90, mentre la pellicola è stata accolta al Festival di Cannes con applausi a scena aperta e premiato con il Gran Premio della Giuria ritirato dallo straordinario Xavier Dolan in lacrime. Per chi non lo conoscesse Dolan è stato il regista del videoclip di Hello, della cantante Adele, un miliardo di visualizzazioni in soli tre mesi dalla sua uscita.

Il film presenta tutte le sfaccettature dell’elefante dentro la stanza, ovvero racconta del giovane Louis interpretato da un fantastico Gaspard Ulliel, drammaturgo di fama, che torna a casa dopo 12 anni di assenza e ritrova la sua famiglia emozionata tanto quanto rancorosa: la madre Martine (Nathalie Baye), la sorella Suzanne (Léa Seydoux), il fratello Antoine (Vincent Cassel) e la cognata Catherine (Marion Cotillard).

Dopo una partenza impacciata, tutti i protagonisti devono fare i conti con la deus machina ed imbattersi in siparietti che serviranno a far comprendere la loro personalità e i loro sentimenti legati alla dipartita del ragazzo. L’imbarazzo fa da padrone in una casa che chiude, stringe, costringe, appiccica tutto il calore dell’estate sulla pelle dello spettatore. I campi stretti della regia sempre chiusi nelle stanze, vestono gli attori come a voler sotto lineare la claustrofobia delle relazioni umane quando si guastano, si interrompono inaspettatamente, quando scoprono che oltre la vita c’è la morte prossima di un figlio, un fratello, di un omosessuale che ha fatto strada nonostante tutto, nonostante tutti. Un film che va a pesca in quel qualcosa che nessuno vorrebbe vedere, o in quel qualcosa che tutti forse abbiamo visto e desiderato dimenticare. La famiglia a tratti volgare, quella per cui ci si imbarazza, che cerca su falsa riga di mantenere un’apparenza che non appare mai ma che trasuda nell’incapacità di controllare le emozioni vomitando addosso agli interlocutori le sue parti scomposte, disordinate e folli, e infine che se la prende con l’unico che ce l’ha fatta, trasformando il passato in un coraggioso trampolino dal quale spiccare il volo. Antoine, il fratello maggiore interpretato da Vincent Cassel che personalmente amo molto è l’irritabile, il rabbioso speciale anche quando di speciale non ha che i toni sempre acerbi e ineducati, la sorella Suzanne sempre alla ricerca di approvazione e gratificazione, che fuma insistentemente forse per riempire il vuoto nella pancia asciutta, la cognata Catherine, timida, dalla chiacchiera tappa buchi, che farfuglia e si scusa intimidita di fronte ai rimproveri del marito irritabile e Martine, la madre che si vende come la ridicule nella corte dei sospiri inespressi.

Non so se sia un film consigliabile ma certo è che tutto ciò che non fuoriesce una volta entrato, merita se non altro d’essere condiviso come la colla quando occorre.

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Il Divin Codino- Baggio si racconta così, su Netflix. Top!

Ho avuto il piacere di guardare il film che ritrae i 22 anni di carriera del Divin Codino, Roberto Baggio, così soprannominato per il codino che l’ha accompagnato a lungo sui campi da calcio.

Film attesissimo dai suoi fans e non solo, in grado di traghettare tutti nel suo mondo di ex calciatore in una centrifuga di emozioni, sofferenze, successi e delusioni.

La critica, che ormai a ragion non veduta stringe la sua ritrita corale attorno al misfatto scenico temporale dei 22 anni di carriera spremuti in un’ora e poco più di blando storytelling, adduce che l’impianto narrativo sottrae grevemente al campione la spontaneità che l’ha condotto nel cuore di molta gente. Dissento.

Al contrario, per me che seguo il calcio da sempre e ne ricordo i tratteggi più significativi (ricordo con nostalgia le chiacchierate fatte con Bettega, Mr. Capello, Cabrini, il Trap-Trapattoni quando varcavano le soglie dell’ufficio di mio padre e la compostezza regnava sovrana) ho molto amato il racconto, la recitazione degli interpreti e la “crudezza” all’interno della quale si è dipanata l’esistenza del calciatore. Le tappe, le più salienti, narrate con semplicità, evidenziano con lucidità l’indole misurata del Divin Codino che mai avrebbe acconsentito ad una sceneggiatura “falsamente” sceneggiata. Non ricordo un Baggio teatrale in campo dunque credo che il biopic abbia ben centrato l’obiettivo della macchina da ripresa, calibrando con attenzione il focus sul suo carattere schivo e scarsamente esuberante.

Si parla, con il garbo dovuto, anche della sua conversione al buddismo, vengono spiegati con naturalezza tutti i meccanismi personali che l’hanno condotto ad individuare nel maestro Daisaku Ikeda una figura paterna e di grande rispetto. Nei dialoghi che affrontano l’argomento tutti i termini sono corretti, un vero piacere sentir dire “io pratico” al posto di “io prego, io recito”. La preghiera buddista è pratica dunque un plauso va a chi si è occupato e preoccupato di trasmettere il giusto insegnamento, sottolineando inoltre, in dedica credo alle malelingue dell’ultimo decennio (che lo hanno accusato d’essere un falso buddista per via della caccia), che andare a caccia da bambino era lo stratagemma per poter trascorrere del tempo con suo padre. Un padre spesso assente, severo e dedito al mantenimento della sua prole numerosa. Occorreva trovare il modo di ritagliare del tempo fra padre e figlio talentuoso, e quello fu il modo per…

Per concludere, il ritratto intimista del calciatore, seppur come molti dicono sia condensato in pochi minuti di visione, fa fede alla sua attuale condizione esistenziale dunque credo sia necessario guardarlo pensando al Baggio di oggi che revisiona il suo ieri, puntando l’attenzione sul rigore mancato in finale con il Brasile non tanto come l’approdo ad un amaro finale ma come il punto iniziale di una nuova esistenza. Esistenza lucida, capace di rivelare quanto sia importante fare il proprio percorso di vita staccandosi dall’ossessione degli obiettivi raggiunti o falliti. Grazie all’ausilio di una coscienza sempre pronta ad ammettere i suoi limiti, difetti, sofferenze e perché no abilità e credo fortificati anche dalla pratica, Baggio è Baggio, e non il frutto di uno scimmiottamento televisivo che di Baggio ne “fa” un personaggio alla ricerca di visibilità. Il motivo è semplice: non ne ha bisogno.

Consiglio la colonna sonora di Diodato, veramente significativa.

Immagine reperita da Google