Pubblicato in: L'angolino verde

Buona serata❤in rosso

Vietnam, viaggio nell’Incenso rosso… che meraviglia!

Un lavoro tradizionale e spirituale

In un villaggio alla periferia di Hanoi, in Vietnam, ogni anno centinaia di operai e operaie lavorano per asciugare i gambi di bambù prima di tagliarli e dare forma ai bastoncini di incenso che saranno bruciati a febbraio durante le celebrazioni del Capodanno vietnamita (nel 2019 cade il 5 febbraio). A Quang Phu Cau molte famiglie vivono di questo mestiere secolare, il cui sapere viene trasmesso di generazione in generazione. Dopo l’essiccazione, i gambi di bambù vengono inseriti in una macchina per essere tagliati, prima di essere immersi nella tintura rosa. Il bastone è quindi rivestito con una pasta aromatica e asciugato di nuovo. Come si legge nel reportage fotografico di Manan Vatsyayana dell’Afp, «siamo nel periodo più frenetico dell’anno per i lavoratori dell’incenso, le cui famiglie producono incenso da più di un secolo. Una grande fonte di orgoglio per molti.   «È un lavoro tradizionale e spirituale», ha raccontato Dang Thi Hoa all’Afp, la cui famiglia ha iniziato a fabbricare bastoncini più di 100 anni fa. «Mia madre — ha proseguito — ha insegnato a mia figlia adolescente come fare, dopo la scuola». Un lavoro duro, «con il quale sto guadagnando abbastanza per crescere due dei miei figli e far sì che possano studiare medicina», ha aggiunto Le Thi Lieu. Nelle immagini, Vatsyayana ha immortalato anche le donne che sul volto portano alcune mascherine di stoffa mentre rivestono i bastoncini essiccati con pasta aromatica, prima che siano confezionati.(Photo by Manan VATSYAYANA / AFP) 

Il Capodanno vietnamita

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Il Capodanno vietnamita

Il Capodanno in Vietnam noto come «Tet» (Tet Nguyen Dan ) è considerato la festa più importante dell’anno: le famiglie si riuniscono, molti tornano a casa anche da altre parti del mondo e l’atmosfera festiva dura circa 10 giorni. I vietnamiti si liberano della sfortuna pulendo le loro case, comprando nuovi abiti, risolvendo conflitti con amici e parenti e ripagando i loro debiti. Dura dal primo al settimo giorno della prima luna e, nel nostro calendario, cade a fine gennaio o all’inizio di febbraio. Ad Hanoi, Saigon e in nel resto del mondo, i curiosi possono ammirare la processione del drago, realizzato in cartone e tessuto rosso (un colore benefico). È spesso indossato da un gruppo di uomini la cui unica gamba è vista. La festa di Tet è il momento clou dell’anno vietnamita, l’unico, secondo la tradizione, in cui le anime dei morti ritornano sulla terra.(Photo by Manan VATSYAYANA / AFP) 

Photo by Manan VATSYAYANA / AFP) 

Photo by Manan VATSYAYANA / AFP) 

Corriere della sera

Pubblicato in: persone e persone, Scrittura

La signora del primo piano- Si aprono le danze estive fra valenki e lenzuola😂

Mentre per molti l’arrivo dell’estate viene rappresentato dal fiorire delle piante stagionali, all’interno di un coagulo di colori straordinari, per la sottoscritta il segnale inequivocabile arriva dalla presenza onniscente della Signora del primo piano.

Descrizione rapida: alta sul metro e sessanta, peso non più di quaranta chili, ossuta quanto basta, capelli tinti castano scuro, viso scavato, e occhi a fessura. Ecco la signora in questione è così, né più né meno di quanto ho descritto.

La comparsa attiva e costante sul balcone di casa sua che è dirimpetto la mia, enuncia che l’estate è arrivata.  Hurray❗⚰🎉

Lei è uno dei miei passatempo preferiti, quando fumo sul balcone, o studio se riesco a sopportare la calura, lo sguardo mi casca inevitabilmente sulle sue ormai consolidate usanze che reputo particolarmente interessanti.

Gran parte del suo tempo, che nel tempo è divenuto oggetto di numerose mie perplessità, lo trascorre scuotendo l’inimmaginabile fuori dal balcone. Che siano sacchetti, calzini, cuscini, indumenti, giornali, riviste, insomma quel che sia, lei lo scuote e sbatte così tante volte che spesso mi domando come sia possibile che il braccio resti attaccato in sede. Da cosa posso immaginare credo lo faccia per “far prendere aria” al suo mondo, e poco importa se quell’aria è in grado di allontanare batteri o altro, lei lo fa davvero con ammirevole convinzione.

Ai primi caldi torridi per non dire mortali, che in genere arrivano verso la fine di giugno, la sua camera da letto viene da lei trasferita sul balcone dunque, tutte le sere fino a settembre, si prepara il letto, sistema la luce, rimbocca lenzuolo e copertina, e si sdraia pacificamente sotto il soffitto di stelle condominiale. La mattina si alza, smonta tutto, scuote tutto, si sveste della canotta da notte e si veste con gli abiti prêt à porter lasciati ovviamente sul balcone. Ecco, una cosa particolarmente suggestiva a cui assistere è il suo vestirsi e svestirsi sul balcone anche in inverno, che voglio dire fa freddino, e restare nudi per un tot di tempo all’aperto per le varie ed eventuali usanze, è a dir poco coraggioso.

Il suo look invernale mi ha catturata, quel giorno in pieno lockdown da pandemia durante il quale me la sono ritrovata sotto casa, lato strada, tutta intenta a parlottare con le madamine, religiosamente impilate per entrare in farmacia. “Wow” ho pensato “questo sì che è un looooook molto lock!” Bigodini da messa in piega, cappello marrone sopra i bigodini, giaccone di pelle anni ’80 con peli visibilmente stanchi di esistere, valenki santa madre russia in feltro marroni, gonna plissettata violina, gambaletti di nylon al ginocchio e guanti di pelle nera alla Audray Hepburn. E niente da fare, da quel giorno ho proprio compreso che la serenità interiore è un bene indiscutibilmente INESTIMABILE, motivo per il quale la mia già evidente stima nei confronti della signora ha raggiunto la sua vertigine al seguito della visione similmente Mariana con un punteggio pari alle 5 stelle Micheline e per Micheline intendo proprio MIKELINE.

Tuttavia, il momento clou della giornata estiva si denota quando nelle ore più calde, intorno all’una e mezza, due, la signora in questione si trasforma nella Sirenotta dei Bagni Luisella. Tutta impomatata con una crema bianca tipica dell’alta montagna, si distende al sole cocente con fare veramente singolare. Piedi a bagno in una bacinella blu, fagotto bianco arrotolato in testa grondante d’acqua, slippini (❓) bianchi e regginiente. Legge, legge con fare compulsivo quintali di riviste mentre appunta qua e là cose che solo lei sa. Il traffico nel traffico, e fogli che volano, planano, piroettano, cascano senza far rumore fra gocce d’acqua e pensieri sbiaditi.

Come potrebbe non essere uno dei miei migliori passatempo? Io che guardo le persone regalando stelline Mikeline, in segno di apprezzamento e rispetto, ben lontana dal giudicare cui molti sono soliti e osservando, di tanto in tanto, la bellezza di un microcosmo ingoiato dal macrocosmo. Adoro il vivere delle persone anzi ammetto che ne sono sconsiderevolmente affascinata tanto da scriverne, tanto da chiuderlo con un grazioso paio di valenki, costo 102,18 €

Immagine Etsy

Pubblicato in: Film

“E’ solo la fine del mondo”- lo racconto così…🧡🧡🧡

Che dire di questo film che mi ha intrappolata nella sua ragnatela. Un dramma famigliare, se vogliamo tutto urlato e tutto trattenuto a stento, nel quale i personaggi parlano e parlano senza dire veramente quello che vorrebbero dire. Il film franco canadese è tratto da una pièce de théatre di Jean-Luc Lagarce, scarsamente conosciuta in Italia, così come lo è il suo autore morto di AIDS nel 1995 a soli 38 anni. Il componimento fu scritto negli anni ’90, mentre la pellicola è stata accolta al Festival di Cannes con applausi a scena aperta e premiato con il Gran Premio della Giuria ritirato dallo straordinario Xavier Dolan in lacrime. Per chi non lo conoscesse Dolan è stato il regista del videoclip di Hello, della cantante Adele, un miliardo di visualizzazioni in soli tre mesi dalla sua uscita.

Il film presenta tutte le sfaccettature dell’elefante dentro la stanza, ovvero racconta del giovane Louis interpretato da un fantastico Gaspard Ulliel, drammaturgo di fama, che torna a casa dopo 12 anni di assenza e ritrova la sua famiglia emozionata tanto quanto rancorosa: la madre Martine (Nathalie Baye), la sorella Suzanne (Léa Seydoux), il fratello Antoine (Vincent Cassel) e la cognata Catherine (Marion Cotillard).

Dopo una partenza impacciata, tutti i protagonisti devono fare i conti con la deus machina ed imbattersi in siparietti che serviranno a far comprendere la loro personalità e i loro sentimenti legati alla dipartita del ragazzo. L’imbarazzo fa da padrone in una casa che chiude, stringe, costringe, appiccica tutto il calore dell’estate sulla pelle dello spettatore. I campi stretti della regia sempre chiusi nelle stanze, vestono gli attori come a voler sotto lineare la claustrofobia delle relazioni umane quando si guastano, si interrompono inaspettatamente, quando scoprono che oltre la vita c’è la morte prossima di un figlio, un fratello, di un omosessuale che ha fatto strada nonostante tutto, nonostante tutti. Un film che va a pesca in quel qualcosa che nessuno vorrebbe vedere, o in quel qualcosa che tutti forse abbiamo visto e desiderato dimenticare. La famiglia a tratti volgare, quella per cui ci si imbarazza, che cerca su falsa riga di mantenere un’apparenza che non appare mai ma che trasuda nell’incapacità di controllare le emozioni vomitando addosso agli interlocutori le sue parti scomposte, disordinate e folli, e infine che se la prende con l’unico che ce l’ha fatta, trasformando il passato in un coraggioso trampolino dal quale spiccare il volo. Antoine, il fratello maggiore interpretato da Vincent Cassel che personalmente amo molto è l’irritabile, il rabbioso speciale anche quando di speciale non ha che i toni sempre acerbi e ineducati, la sorella Suzanne sempre alla ricerca di approvazione e gratificazione, che fuma insistentemente forse per riempire il vuoto nella pancia asciutta, la cognata Catherine, timida, dalla chiacchiera tappa buchi, che farfuglia e si scusa intimidita di fronte ai rimproveri del marito irritabile e Martine, la madre che si vende come la ridicule nella corte dei sospiri inespressi.

Non so se sia un film consigliabile ma certo è che tutto ciò che non fuoriesce una volta entrato, merita se non altro d’essere condiviso come la colla quando occorre.