Pubblicato in: Scrittura

Pensiero estivo, titolo: “Odio l’estate”.

Se per orrore si intende repulsione, allora mi repelle il senso del calore che avvolge tutto in una sfinita desolazione.

Se per orrore si intende spavento, allora mi spaventa il giorno intorpidito dal vociferare incessante della gente che rincorre il bello di questo tempo offensivo.

Se per orrore si intende paura alla vista, allora guardo con gli occhi chiusi di un pulcino che ripugna il gioco macabro della luce.

Se per sconforto si intende amarezza, allora gusto l’amaro con coraggio, in fondo se l’orrore avvilisce i sensi, i miei vagano mesti sotto mentite spoglie.

Odio l’estate e per fortuna non c’è canto alla vittoria. Non si perde, né si vince, quando una cosa non va, non ha alcun senso lasciarla andare. Non va, come il mastice sulle dita, o il gesso impastato, si incolla la farina alla gola che non butta giù.

L’odio è risoluta ostilità, l’oggetto che non è soggetto è pensiero metafisico, trascende la ragione e trafigge la realtà. Questo è! quando si guarda dentro con sincerità, quasi come ad una sorta di magica suggestione, tutto decade, decede, cessa di essere, in funzione del fatto che nulla può essere amato se alla partenza non v’è alcuna coniugazione.

Odio l’estate perché non ho amore, dunque non posso inventare, figuriamoci amare.